“Fiamma del diavolo che non consuma”. Marta Abba attrice “frigida”

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20 giugno 2012 di pirandelloweb

di Gigi Livio – Dalla rivista “L’Asino di B.” 2006 – Undicesimo numero

La Duse verso il novecento potrebbe essere il titolo di uno studio che, riecheggiandone un altro pasoliniano, dovrebbe proporsi di dar conto della necessità di partire da lì e cioè da chi, nella propria grandezza artistica, rappresenta il punto di partenza, se non di tutto, di molto, certo, di ciò che venne dopo, nel bene come nel male: non si può indagare, e pensare di comprendere, la storia dell’attore italiano del novecento ignorando il momento dell’origine delle sue problematiche artistiche magistralmente incarnate proprio da quella che venne definita l’attrice divina.
       Nel primo periodo della sua carriera, quello della giovinezza, la Duse – tra le tante ricche e molteplici tematiche che la sua arte offre allo studioso – affrontò, forse non del tutto cosciente ma per forza di talento e di intuizione, i primi sintomi, già molto virulenti, della disfatta dell’attore. Di contro ai suoi due colleghi, quasi coetanei, che formarono con lei quella che fu definita, non senza superficialità e per gusto di simmetria trinitaria, la triade mattatorica, che reagivano a quei sintomi accentuando l’enfasi, ella, anche sulla scorta di qualcosa cui avevano già accennato  Emanuel e la Pezzana, iniziò a lavorare di sottrazione quando sottrarre voleva dire innovare, quando per sottrazione non si intendeva semplicemente alleggerire un certo tipo di recitazione al fine di renderla più naturale, ma procedere in quella direzione per stimolare l’immaginazione dello spettatore e favorire la sua presa di coscienza critica e quindi, di fatto, percorrere una strada che non è azzardato definire d’avanguardia prima delle avanguardie. Attraverso la sottrazione l’attrice mirabile, e non ancora divina, mandava in sottofondo l’enfasi che così conteneva e imbrigliava: di qui, quasi a contrasto, i famosi scoppi improvvisi, le occhiate di un  certo tipo –così bene testimoniate da certe fotografie che traggono in inganno chi crede di leggervi proprio l’enfasi mattatorica–, le posture del corpo, i gesti ampi e larghi: è il controcanto del grande attore morente che non vuole tenere gli spasimi della sua agonia per sé solo, ma che li vuole esibire con strazio perché lo spettatore, in parte complice con chi ne vuole la morte, soffra con lui.

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