Riflessioni – Luigi Pirandello e "Il fu Mattia Pascal"

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2 aprile 2012 di pirandelloweb

Pirandello e “Il fu Mattia Pascal”: la maschera e la fuga.
In questa rubrica per ora vi ho parlato di autori che si sono occupati anche o soprattutto di fiabe, ma questo spazio non è dedicato solo a questo! Voglio parlarvi di grandi autori e in un certo senso dei miei grandi maestri. Maestri di vita e di scrittura tra i quali figura anche Luigi Pirandello, l’autore di cui mi occuperò oggi.
È un autore importante per me, per le sue tematiche, per il suo stile.
Ho partecipato anche a un concorso sul blog di Ferruccio in cui bisognava dedicare un racconto brevissimo a un autore e la mia scelta è caduta proprio su questo scrittore.
Pirandello ha affrontato molti temi interessanti, tra i quali: la follia (che aveva visto accudendo la moglie affetta da malattia mentale), la maschera, la fuga, la disperazione dell’uomo che perde la sua identità.
Il suo capolavoro, a mio avviso, è Il fu Mattia Pascal. Può sembrare una storia assurda, inverosimile, ma è davvero così? Che cosa faremmo noi se avessimo la possibilità di ricrearci una vita perché ritenuti da tutti morti? Si può davvero ricominciare e cessare di essere quello che si era prima? Tra le pagine di questo romanzo non dovete cercare risposte ma domande e forse la sensazione che non tutto è come sembra e che anche l’apparente libertà può essere una prigione. In questo post analizzeremo alcuni temi tipici di Pirandello, focalizzandoci soprattutto su questo testo, anche se ne ho letti molti che meriterebbero attenzione.
L’identità e il nome
Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. […]
          Io mi chiamo Mattia Pascal
          Grazie, caro. Questo lo so.
          E ti par  poco?
Non pareva molto, per dir la verità neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppure questo. [Testo tratto da Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello, edito da Newton & Compton Editori, p. 33]
L’incipit di questo libro, che vi ho citato qui, ci mette subito davanti alla crisi dell’identità. Il nome è una cosa banale eppure è un diritto garantito anche dalla legge! Il nome racconta la nostra identità e cosa succede se dobbiamo lasciarcelo alle spalle e cambiare tutto? Questo è quello che prova Mattia Pascal quando diventa Adriano Meis. Il nome è una parte intima di noi, è qualcosa che ci distingue e ci fa entrare in relazione con altri. È una cosa personalissima ma allo stesso tempo esiste solo in funzione delle interazioni (se non parlassimo con nessuno non avremmo bisogno di poter essere chiamati per nome).

Attori e maschere
Goffman (un sociologo) sostiene che la vita è come un teatro e ogni essere umano è un attore ma interpreta tanti ruoli.
Anche Pirandello usa la metafora del teatro e parla di maschere, tuttavia per lui è da mettere in discussione anche l’unità stessa dell’attore che viene visto da altri in mille modi diversi.
Vitangelo Moscarda (protagonista di un altro capolavoro di Pirandello, Uno, nessuno e centomila) entra in crisi quando scopre che gli altri lo vedono in modo diverso da come lui si percepisce. Come in una galleria di specchi la sua immagine si trova frammentata, impossibilitata a rimanere unitaria. La risposta di Pirandello sembra drammatica in ogni caso: non si può essere unitari, non si può accettare di essere diversi da come ci vediamo, si finisce con l’essere nessuno e ciò non può che farci impazzire. Possiamo indossare tante maschere, ma riveleremo mai noi stessi?
Anche Mattia Pascal si trova ingabbiato in un’identità imposta (dalla moglie, dalla suocera, dalla società, …) e fugge per liberarsi di una maschera, ma nella società non si può vivere senza maschere e presto è tempo di crearne un’altra, di invischiarsi in una nuova, in nuove imposizioni, in nuove prigioni. Mattia, incapace di trovare un suo posto, racconta la sua storia in attesa della sua terza e definitiva morte, come se solo questa potesse levargli anche l’ultima maschera.
 Ma allora qual è la soluzione? Rassegnarsi a essere ipocrite maschere dietro a falsi sorrisi? Non saltiamo a facili conclusioni. Leggete il libro e ognuno di voi troverà le sue suggestioni: come ogni capolavoro questo libro sa parlare a tutti e a ciascuno.

Scappare da se stessi
Mattia Pascal fugge dalla sua vita, ma non può scappare da se stesso e così vive due mezze vite, senza una vera identità. Vive una nuova vita, ma la sua esistenza giuridica è legata a quella precedente e per il diritto e i suoi cari lui è morto. Quante volte anche noi ci siamo sentiti lontani da noi stessi, quasi in un’altra vita eppure imprigionati alla nostra vecchia realtà? La fuga non è mai una soluzione, i problemi ci aspetteranno al nostro ritorno e prima o poi vorremo tornare e potremmo scoprire la cosa peggiore: il mondo è andato avanti senza di noi, altri hanno occupato il nostro posto e di noi non resta che un nome dimenticato e che non ci appartiene nemmeno più. 
La vera grande verità è che non si può fuggire da se stessi.

Conclusioni
Qualche anno fa ho regato Il fu Mattia Pascal a un’amica e  su un segnalibro ho scritto una sorta di aforisma:
Non importa quante maschere sei disposto a indossare, non potrai mai nasconderti dal tuo vero io. Potrai ingannare gli altri, ma il tuo dolore non se ne andrà, per quanto tu possa fingere di essere in pace con te stesso, fino a che non lo sarai davvero. E non sarai mai in pace con te stesso fino a che continuerai a nasconderti.

Questo è quello che a me ha insegnato questo libro, ma c’è davvero molto di più a voler leggere tra le righe. E voi? Conoscete questo libro di Pirandello? A voi cosa ha lasciato? Ne avete letti altri? Io sì, ma questo resta il mio preferito! In ogni caso ora tocca voi!

Romina Tamerici dal suo Blog tamerici-romina.blogspot.com
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